giovedì 28 novembre 2019

Sulla Morte




Questo articolo nasce da una serie di riflessioni che ho pensato di condividere   e non vuole essere una trattazione psicologica del lutto o della morte; è  piuttosto uno spunto di riflessione di fronte ad un aspetto che molti schivano ma che ci riguarda prima o poi tutti.

D'altronde la morte è l’unica certezza che abbiamo nella vita.

E strettamente personale è il modo in cui ci si rapporta ad essa
.
A riguardo mi sono fatta alcune domande che vorrei girare anche a voi:
  •   Qual è il modo in cui sono venuta in contatto la prima volta con la morte e come questo ha influito sul mio modo di rapportarmi ad essa oggi?

Il mio atteggiamento sin da piccola è stato di curiosità: i miei erano soliti portarmi le domeniche pomeriggio a fare  passeggiate nei paesini vicini, cosa che vivevo come uno strazio  perché  i viaggi in macchina per le strade collinari erano sinonimo di nausea continua  e malessere.  Ma una tappa fissa di queste passeggiate era, su mia grande richiesta, il cimitero del posto. Amavo camminare tra le tombe e guardare attentamente le foto; chiedevo a mia madre di leggermi gli epitaffi delle tombe che mi colpivano. Papà aveva l’onere di prendermi in braccio ed alzarmi a guardare le tombe che erano troppo in alto per me. Non provavo tristezza o paura, ricordo che mi sentivo serena.
Crescendo i cimiteri sono rimasti per me un posto di raccoglimento nel vero senso della parola, un luogo dove andare in alcuni momenti in cui ho la necessità di stare sola con me stessa.

  •    Cos'è per me la morte?

Un esame, il più importante che abbiamo da sostenere nella vita.
Viviamo come con delle scadenze, dei badge da timbrare: prendere la laurea, sposarsi, comprare casa, ottenere il massimo sul posto di lavoro ecc. Passiamo la vita impegnandoci per essere all'altezza di ciò che desideriamo, siamo bravi a diventare esperti in qualcosa, a ottimizzare i tempi ad essere efficienti.
Ma di fronte al momento della morte siamo preparati?
Qualcuno potrebbe dire “proprio se ho realizzato tutto ciò che desideravo allora sarò pronto!”
Può darsi di sì ma può anche darsi che quello che hai realizzato ti crei solo un grande attaccamento e dolore nel doverlo perdere!
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  •  Come posso prepararmi ad essa?

La risposta che mi sono data è stata che solo coltivando e curando una mia dimensione spirituale, non di facciata ma di autentica ricerca interiore posso in qualche modo approcciarmi al momento della morte con uno stato sereno.
Ponendomi delle domande investigative, analizzando come l’hanno “vissuta” le persone che conosco e leggendo come l’hanno vissuta i santi; studiando e conoscendo me stessa. Studiando anche, perché no, quello che accade fisicamente in una morte naturale o per malattia.  
Ho pensato inoltre che posso arrivarci più preparata se invece di coltivare continui rimpianti su quello che avrei voluto fare ma non ho fatto imparo a fare il meglio che posso con quello che la vita mi mette davanti.
Infatti se desideriamo a tutti costi realizzare un progetto di qualsiasi tipo (familiare, lavorativo ecc.) ma ci tormentiamo nel caso in cui non  si realizza ci perdiamo la possibilità di godere veramente di quello che in questo momento ci è dato di avere. Ragionando e agendo in questi termini è come se ci poniamo nell'attitudine di essere la persona giusta nel posto giusto, e il senso di frenesia legato all'ottenere qualcosa lascia il posto a un senso di accettazione e di valorizzazione di ogni momento. Così se mai la vita dovesse terminare pensa che stai facendo la cosa che dovevi fare in quel momento e nel modo migliore!
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  •   Cosa farei se dovessi immaginare di morire a breve?

Per quanto mi riguarda vorrei essere in pace con tutti, scusarmi (anche solo interiormente) con chi ho fatto soffrire o con chi è entrato in contatto con il peggio di me. Godermi i momenti con le persone care apprezzandone appieno il valore.

Voi cosa avete risposto a questa domanda? Considerate che quello che vorreste fare è quello che potete fare già da adesso per dare un valore aggiunto  alla vostra esistenza!

Considerare la morte una parte della vita, seppur dolorosa, e imparare a non temerla arricchisce a mio avviso la vita stessa e le sue esperienze.

Concludo citando Hermann Hesse:
“un giorno mentre Siddharta meditava sotto al solito fico gli si avvicinò un viandante che stava cercando la via dell’illuminazione. Si misero a parlare del più e del meno come due vecchi amici quando Siddharta gli chiese:
“Qual è la mancanza più grave per l’uomo?”E il viandante pensatore rispose: “ è grave morire senza aver capito la vita. E’ drammatico vivere senza aver capito la morte!”.

 Dott.ssa Alessia Fratoni

mercoledì 17 aprile 2019

M di Mascolinità



Tempo fa avevo trattato 5 aspetti che manifesta una donna quando è risvegliata e esprime a pieno le sue potenzialità (nell’articolo “F di femminilità”) e mi era stato chiesto di scrivere anche il corrispettivo maschile.  

A distanza di un po’ di tempo eccolo!


La premessa resta che seppur  siamo tutti differenti incarniamo, in qualità di donne o uomini, degli aspetti che possiamo definire archetipici.
Questi, nel momento in cui si manifestano, creano armonia nella persona e allo stesso tempo creano nelle relazioni stabilità ed equilibrio.

Quali sono 5 caratteristiche che dovrebbe manifestare un Uomo che incarna il principio maschile?

1) VERTICALITÀ- STABILITA’: ovvero la capacità di prendere una posizione, di portare avanti quello che si decide, di essere “fermi” e un riferimento per gli altri.
Quando si è verticali non si oscilla, quindi nel momento in cui si incarna questo aspetto, si manifesta stabilità nei comportamenti e nei vissuti interiori.                                                              
Non si è volubili, lunatici, emotivi.

2) PROTEZIONE - SICUREZZA: diversi studi psicologici hanno evidenziato come un aspetto inconscio, ancestrale che guida una donna nella scelta del partner è il vissuto di protezione che vive in presenza del partner.

 L’idea dell’uomo bello e dannato, poco affidabile, in realtà non guida la scelta quando si vuole mettere su una famiglia. Questa protezione/sicurezza può essere manifestata in diversi modi: per alcuni sarà rappresentata dalla stabilità economica, per altri dal saper sostenere la partner e dal rassicurarla così come dal sapere gestire le situazioni difficili in prima linea.

3) RAZIONALITA’: Solitamente un Uomo ricerca soluzioni, usa la logica e la ragione. Questo vuol dire  anche che pur essendo profondamente affettivo non è “fluttuante” nei vissuti, non ha sbalzi di umore (non a caso non ha il ciclo J!)  ed è più riservato di una donna nel manifestarli.
 La razionalità è la capacità di saper anche gestire situazioni in cui la ragione ha la meglio sul piano  emotivo aiutando a realizzare scelte più adatte al contesto.

Quando si incarna questo aspetto come partner sappiate che se andate da lui per raccontare qualcosa che per voi è un problema vi verrà fornita subito la soluzione…  mentre voi cercavate semplicemente qualcuno che vi ascoltasse  e vi dicesse “mi dispiace per come ti senti!” J Essere consapevoli che è una caratteristica dell’uomo quella di fornire soluzioni vi risparmierà litigi per incomprensioni!.

4) CAPACITA’ DI CONTROLLO/DI PRENDERE DECISIONI: un Uomo controlla le sue emozioni, non è impulsivo e ha la capacità di prendere in mano le situazioni, le responsabilità e di scegliere. Anche una donna sa scegliere, tuttavia in una coppia equilibrata dopo un confronto è buona cosa che sia lui ha mettersi in prima linea rispetto alle responsabilità della scelta. 
D'altronde sappiamo che dietro a un grande uomo c’è sempre una grande donna J

5) INTROSPETTIVO: per sua natura un Uomo non parla molto, questo non vuol dire che però non comunica o non si confronta quando è necessario esprimendo ciò che pensa o sente.

 E’solamente per natura più silenzioso della donna e ha bisogno di momenti per stare da solo nei quali si rigenera e riposa. In questo caso è buona norma imparare a rispettare i suoi spazi, capire che se non risponde  subito alle vostre domande quando rientra a casa la sera non è per farvi un dispetto né ce l’ha con voi; ha solo bisogno di stare un po’ per conto suo J


Buona riflessione!
Dott.ssa Alessia Fratoni

martedì 30 gennaio 2018

F di Femminilità



                                                                 
                                                                                               "L'uomo   è il cervello. La donna il cuore.
                                                                                    Il cervello fabbrica luce, il cuore produce amore.
                                                                                            La luce feconda, l'amore resuscita." V.Hugo

Ogni essere umano, come è giusto che sia, si manifesta diversamente dagli altri e nell'universo femminile abbiamo una moltitudine di differenze; eppure ogni donna dovrebbe incarnare e manifestare un aspetto dell’Eterno Femminile.

Questo rappresenta la manifestazione delle caratteristiche di base e costitutive, potremmo definirle archetipiche; caratteristiche che ogni donna dovrebbe incarnare e manifestare.

Oggigiorno a causa di più fattori, tra i quali troviamo la tendenza a invertire i ruoli nell'ambito di una coppia, come anche la ricerca eccessiva di una parità in tutto che tende a snaturare alcuni aspetti e differenze fondamentali;  non sempre le donne manifestano la femminilità.

Essere femminili implica dunque qualcosa di molto più complesso del semplice apparire, è uno stato che va manifestato ma prima di tutto è necessario svilupparlo e  esserne  coscienti.
Lavorare su se stesse, da sole o con l’aiuto di un professionista, e decidere di manifestare il meglio di sé è una scelta intelligente che predispone a cambiamenti e migliora le relazioni con gli altri.



Quali sono  alcune caratteristiche delle donne che hanno risvegliata la femminilità?

1) Femminilità è sinonimo di Armonia:
che si manifesta nei gesti, nei modi così come nelle parole che si usano.
Così ad esempio usare un italiano corretto evitando dialettismi, evitare parolacce e prestare attenzione al tono in cui si parla diventa piacevole non solo all'orecchio ma anche all'anima dell’ interlocutore. Stessa attenzione può essere accordata ai movimenti che possono essere delicati  invece di bruschi (quando ad esempio chiudiamo le porte, spostiamo le cose, camminiamo ecc.)
Prestando attenzione a questi aspetti manifesteremo spontaneamente armonia e  femminilità.  
Che sia in tacco  o in scarpa da ginnastica una donna armoniosa si percepisce e si distingue dalla massa (naturalmente qui ci vuole una dose di buon senso nel non privilegiare un abbigliamento di borchie ecc. che ci fa  percepire più come un uomo che come donne!).

2) Femminilità è Mistero.

3) Femminilità è espressione di Dolcezza e Amore:
Una donna dovrebbe potersi manifestare, in base ai contesti, incarnando questi due aspetti. E così  che sia nel ruolo di mamma, di compagna, di amica ecc. è possibile manifestare dolcezza e  armonia. Non mi riferisco a comportamenti sdolcinati o a chissà quale manifestazione ma a tutto ciò che può risvegliare in chi vi incontra “quel qualcosa” di elevato e sublime a livello dell'anima.

4) Femminilità è capacità di Trasformare:
Si dice che dove passa una vera donna tutto intorno a lei si trasforma. Questo è legato al fatto che la donna, secondo la filosofia orientale, è energia (chiamata Shakti) e  come energia può trasformare in bene, se è ben direzionata e controllata, tutto ciò che incontra (tratteremo l’argomento in maniera più approfondita in un secondo momento).  Per far questo, in maniera cosciente, deve lavorare su di sé e può aiutarla moltissimo partecipare agli incontri di Tantra che la nostra scuola organizza.

5) Femminilità è Incanto:
È la capacità di lasciare in chi vi incontra uno stato di stupore, di tenerezza, di elevazione interiore.



Per risvegliare la femminilità è di aiuto il desiderio e l’attenzione rivolti ad amplificare le caratteristiche elencate come anche altre che sono presenti in una donna; la possibilità di partecipare a  incontri a tema e a corsi come quello di Tantra tenuti dall’Associazione Sundaram (www.amoyoga.it amoyoga facebook) permettono di diventare coscienti di quante potenzialità nascoste sono presenti in ogni donna e di come ognuna possa manifestarsi al meglio amplificando le caratteristiche che la rendono unica.

mercoledì 5 aprile 2017

Donne e pseudo relazioni



Sempre più spesso mi confronto con donne che accettano di continuare a frequentare uomini che non vogliono investire nella relazione, che esplicitamente dicono di voler avere una semplice frequentazione e addirittura che confidano di essere ancora profondamente coinvolti affettivamente dall’ ex.
Mi riferisco a pseudo relazioni dalla prospettiva in cui è quindi la donna ad essere coinvolta mentre dall'altra parte c’è una simpatia, un’attrazione fisica o un semplice “affetto”; per gli uomini approfondiremo in seguito.

Mi sono domandata: cosa spinge queste donne ad accettare queste pseudo relazioni?

 La prima cosa che viene da considerare  è la paura di restare sole che, presente in entrambi i sessi, può giocare inconsciamente un ruolo importante in questo accanimento nei confronti di  qualcuno che dichiara esplicitamente di non essere innamorato; così come anche nell'accettare di vivere relazioni prive di amore pur di avere qualcuno accanto. In poche parole il detto “meglio soli che male accompagnati” in questo caso non ha alcun valore.

Il pensiero si sposta su un altro aspetto che potrebbe essere implicato: la fantasia che può spesso apparire in questi casi di “poter cambiare l’altro”, del “tanto lui cambierà, si innamorerà, ci vuole solo tempo”. L’esperienza dimostra che se all'inizio la relazione non è “rosa e fiori” e se non trabocca l’entusiasmo e l’Amore ovunque, state certe che non ci sarà il colpo di scena tanto desiderato; in altre parole non  potete sperare di ottenere delle mele dall'albero delle pere!

Emerge poi l’aspetto, correlato al precedente, che riguarda l’inclinazione che può essere presente  “alla sindrome della crocerossina”. Sono state scritte pagine e pagine a riguardo;  la tendenza eccessiva a prendersi cura dell’altro in questo caso specifico si mescola al tentativo  continuo di cercare di “far innamorare l’altro” .

Un certo ruolo, in questo accanimento, potrebbe derivare anche dal fatto che l’altro seppure non vi ami vi sta comunque offrendo qualcosa!
Berne parlava a riguardo di “carezze” e di “bisogno di riconoscimento”. Secondo Berne ogni essere umano ha, sin dalla nascita, un bisogno innato di riconoscimento e qualsiasi atto che soddisfi tale bisogno viene definito “carezza”; senza entrare ora troppo nei dettagli ogni attenzione positiva ma anche negativa rappresenta una forma di riconoscimento. Berne ha osservato come il principio fondamentale che anima il comportamento degli esseri umani è che: qualsiasi tipo di carezza è meglio di nessuna carezza, ovvero il nostro bisogno di essere “accarezzati” (riconosciuti) è così importante che se non si ricevono a sufficienza carezze positive, si farà in modo di avere almeno quelle negative. Di conseguenza accontentarsi di quel poco che l’altro vi offre  “è certo” meglio di niente.


Un aspetto su cui  vi è utile riflettere riguarda che cosa vi portate dalle esperienze di coppia precedenti: vi ritrovate nella stessa situazione? Vi siete mai sentite veramente amate? Le dinamiche sono sempre sbilanciate nel dare e nel ricevere?

In questi casi possano essere presenti anche una bassa autostima e una perdita della dignità: se  per prime non credete di meritare l’Amore totalizzante e di conseguenza se non fate scelte in questa direzione e non prendete posizioni ferme la Felicità vi passerà accanto!

E’ utile se vi ritrovate in questa situazione intraprendere un percorso di psicoterapia con il fine di acquistare una maggiore consapevolezza dei processi inconsci che vi si attivano quando vi ponete in una relazione di coppia,  per capire sulla base di cosa scegliete una persona piuttosto che un’altra e perché vi ritrovate spesso a vivere le stesse emozioni e situazioni anche se cambiano i protagonisti. In questo modo potrete diventare più coscienti di cosa volete realmente e potrete permettervi di intraprendere nuove relazioni partendo da una base sana e paritaria.
  

Dott.ssa Alessia Fratoni

giovedì 2 febbraio 2017

L'Arte di vivere bene



E’ sufficiente  osservare il comportamento di chi ci circonda e perché no, anche il proprio, per rendersi conto come oggigiorno la qualità della vita per quanto  riguarda la maggior parte degli esseri umani è alquanto bassa. Roma, ad esempio, nonostante la sua incontestabile bellezza e le possibilità che offre in ogni settore,  secondo la classifica risultato della ricerca di ItaliaOggi realizzata dalla Sapienza di Roma è scivolata lo scorso anno, in ottantottesima posizione rispetto alla sessantanovesima dell’anno precedente.
E non risulta così difficile credere a questi risultati per chi ci vive: ore spese in macchina in mezzo al traffico, mezzi che non passano, file interminabili agli sportelli.

Come possiamo aiutarci? Cosa fare per  imparare a vivere meglio?
 Ecco un decalogo di 10 punti  per imparare a vivere sereni:
  • Trovare ogni giorno uno scopo elevato che vada oltre il semplice “dover fare le cose”: parlo di qualcosa di non prettamente materiale e che ha come risultato quello di farvi sentire bene interiormente e appagati come ad esempio la possibilità di fare qualcosa senza tornaconto personale ma solo per il piacere di farlo e di aiutare qualcuno.
  •  Imparare a cambiare almeno una cosa al giorno rispetto alle abitudini quotidiane tipo: la strada che si fa per andare al lavoro, la sequenza e il modo di compiere dei rituali quotidiani (scendere dal letto ecc.). Ognuno di noi ha dei rituali e tende a fare sempre le stesse cose creando degli automatismi che rischiano di appiattirvi interiormente e a livello cognitivo; considerate infatti che è sufficiente modificare anche solo qualche  gesto (ad esempio cambiando mano quando ci laviamo i denti) per  permettere al cervello di far funzionare l’emisfero opposto e stimolare aree cerebrali diverse.
  •    Cercare quanto più possibile di applicare l’attenzione alle cose che si fanno: sembrerà una frase fatta ma quanti di voi lo fanno realmente? Questo implica la capacità di direzionare in quel momento la propria mente su qualcosa di specifico e di non lasciarla invece libera di creare pensieri  (spesso inconsci) che arrivano a condizionare il proprio stato d’animo e che possono anche sfinire fisicamente. Un aiuto in questa direzione può essere quello di programmarsi ogni tot (ad esempio ogni mezz'ora/ora) una sveglia telefonica che quando suonerà ci ricorderà di essere in quel momento attendi e focalizzati su quello che stiamo facendo. Utile è anche imparare a “dirsi” interiormente quello che si sta facendo; esempio: Sto guidando e sento il volante e percepisco la posizione del mio corpo sul sedile ecc…”
  •   Imparare a nutrire tutti gli aspetti che ci compongono: corpo mente e spirito. Oggi la tendenza che prevale è quella preoccuparsi a volte esclusivamente dell’aspetto materiale a discapito degli altri due. Per analogia è come andare in palestra e lavorare esclusivamente sulla parte superiore del corpo tralasciando la parte dal bacino in giù; i risultati lascio a voi immaginarli.Questo atteggiamento a lungo andare crea una disarmonia interiore e di conseguenza uno stato di malattia (non necessariamente fisica ma a livello dell’anima). Trovare del tempo per leggere libri, per immergersi nella natura e goderne a pieno, trovare una propria dimensione spirituale e dedicare del tempo ad approfondirla rappresentano fonti di puro nutrimento interiore.
  •   Un altro aspetto a cui accordare attenzione è quello della ricerca dei propri talenti: ognuno di noi ha delle propensioni e delle capacità che lo rendono unico. Imparate a scoprirle e  dedicate del tempo anche ad esse,  in questo modo farete qualcosa che vi piace e che vi riesce anche bene!
  •    Imparare a coltivare la felicità delle piccole cose: se prestate attenzione a quest’aspetto potrete accorgervi come ogni giorno esistono più motivi per essere felici e come invece vengono sottovalutati . Se ne diventate coscienti, allenando appunto attenzione, potrete regalarvi vissuti di gioia con estrema facilità!
  •  Coltivare il discernimento  e il senso critico, o in altre parole imparate a usare la capacità riflessiva: una tendenza psicologica risaputa è quella secondo la quale all'interno di una massa e per influsso di questa, il singolo subisce una profonda modificazione delle sue capacità intellettive e la sua capacità intellettuale si riduce in misura considerevole. Se si attiva il discernimento si impara a non uniformarsi bensì a scegliere in maniera consapevole:  vi aiuterà a fare le scelte più giuste per voi in quel momento.
  •   Imparare ad accettare che possono esistere punti di vista differenti e modi di porsi diversi e che non necessariamente il proprio è il migliore. Questo approccio alla vita vi permetterà  di essere più sereni in quanto vi arrabbierete molto di meno e  diventerete  più distaccati. Questo non vuol assolutamente dire che dovrete condividere punti di vista che non sentite vostri; il motto è “accetto anche se non necessariamente condivido”!
  •   Amatevi di più ovvero mangiate bene, riposate il giusto, scegliete compagnie  e situazioni che vi arricchiscono, il tempo è prezioso e non va sprecato.
  •  Ultimo aspetto ma non meno importante è ricordatevi di ringraziare sempre: chi vi circonda, la natura, il Divino. La gratitudine è dolce per chi la riceve ma ancor più è nutrimento per la vostra anima.

lunedì 19 settembre 2016

QUANDO IL VIAGGIO FINISCE


Ho pensato di spendere qualche riga su un passaggio importante del processo terapeutico che forse non viene tenuto abbastanza in considerazione: la chiusura.
Si parla molto del processo terapeutico, dell’importanza dell’alleanza per innescare il cambiamento, aspetti sicuramente importanti; meno risalto viene dato al momento in cui si decide di portare a termine il percorso.

Si perché il lavoro terapeutico può essere paragonato a un viaggio: il paziente sceglie il mezzo (l’approccio che il terapeuta segue) e insieme al conducente (il terapeuta che ha gli strumenti e le competenze) intraprendono un viaggio. La meta (ciò che il paziente desidera ottenere dal lavoro su di sé) è concordata all'inizio in maniera esplicita o a volte è sottintesa; il percorso potrà subire variazioni in base all'effetto che ogni tappa che si raggiunge sortisce sul paziente. Il percorso può durare secondo i calcoli matematici un tot ma non sempre la regola è valida quando si intraprende un lavoro su di sé; l’accordo tra chi guida e il passeggero è quello di arrivare alla meta.

Chiudere la terapia vuol dire arrivare a una meta:  arrivare a un cambiamento, a una comprensione, a una risoluzione o anche a un “semplice” contenimento in base al tipo di richiesta fatta. La meta non è qualcosa di teorico o pomposo; essa è pratica, semplice e a valore nel caso del singolo paziente e della sua storia.
Scrivo tutto ciò come premessa per affermare l’importanza della chiusura che può assumere il valore di metro su cui valutare l’effettiva crescita del paziente e la riuscita di una terapia.
Chiudere  in maniera adulta e paritaria implica dunque lo spendere del tempo (almeno un incontro) a fare il punto della situazione rispetto a quali acquisizioni si sono raggiunte e quali cambiamenti si sono messi in opera.
La chiusura rappresenta in questi termini un modo per cristallizzare il cambiamento e soprattutto per riconoscerlo.
 Dico questo in quanto ho potuto notare come alcuni pazienti dopo aver fatto un discreto lavoro su di sé si siano boicottati ponendosi in una posizione down nella quale ogni risultato ottenuto fino a quel momento è stato completamente svalutato per potersi dire quanto tutto  fosse inutile. Il risultato era il confermarsi la propria impossibilità  (non voglia) di cambiare. Questo succede ad esempio quando si sta arrivando a un punto importante e cambiare spaventa; affrontarlo in terapia permette di prendere coscienza dell’autosabotaggio  e di conseguenza di superarlo.
Andarsene senza confronto vuol dire scegliere di restare dove si afferma di non volere essere!
Chiudere la terapia è una conquista e non una tragedia come altri vivono: trovare escamotage come il periodo di vacanza, il viaggio ecc. per sparire ed evitare di dire che ci si vuole fermare non è sinonimo di maturità ma evidenzia una concezione errata del rapporto con il terapeuta.  Affrontare l’argomento della chiusura è naturale, prima o poi va fatto e non deve essere vissuto con timore anzi.
Posso affermare che noi terapeuti siamo per lo più felici di accompagnare per l’ultima volta alla porta un paziente: poter augurargli il meglio, ricordargli  quanto è riuscito a fare durante il viaggio insieme ha più valore di quel che si può immaginare.
D'altronde in ogni viaggio c’è un inizio, uno svolgimento e una fine e  non mi resta che augurare a tutti coloro che affrontano un simile percorso un buon viaggio!


lunedì 12 settembre 2016

Corso prematrimoniale

Felice di informarvi che da Ottobre per le coppie che hanno deciso di sposarsi parte il "Corso prematrimoniale: dall'essere fidanzati all'essere famiglia".
Il percorso prevede momenti teorici ed esperienziali finalizzati a:
-conoscere le differenze costituzionali e i diversi approcci alla relazione
-potenziare la comunicazione efficace all'interno della coppia;
-attivare risorse per far fronte ai cambiamenti del passaggio nelle diverse fasi della relazione di coppia.
Il corso si articola in 6 incontri di gruppo che si svolgeranno in due momenti: prima e dopo il matrimonio.
E' prevista una partecipazione minima di 3 coppie e massima di 7.
Gli incontri di gruppo hanno l’obiettivo di creare uno spazio di incontro, ascolto reciproco e confronto riguardo ad aspettative, desideri e paure di questa fase importante.
Il corso è guidato dalla Dott.ssa Alessia Fratoni Psicologa, Psicoterapeuta, Analista Transazionale CTA, esperta in mindfulness, psicologia del benessere e insegnante Yoga Integrale presso l’Associazione Sundaram (www.amoyoga.it)
DOVE E QUANDO
Gli incontri si svolgeranno da Ottobre 2016, il sabato in zona Rione Monti (Roma).
INFO E ISCRIZIONI:
alessia.fratoni5@gmail.com