sabato 14 novembre 2015

LA (S)FORTUNA DI ESSERE GIOVANI OGGI

Osservare, porsi domande e cercare di comprendere il perché di atteggiamenti o situazioni che si ripetono  è una delle meravigliose possibilità che abbiamo in quanto esseri dotati di coscienza e capacità riflessiva. 
Mi è capitato, più di una volta, di riflettere e confrontarmi su come la maggior parte dei giovani di oggi si rapporti alla vita, stimolata non solo da una casistica corposa di giovani pazienti ma anche da un’evidente espressione “scocciata” e priva di entusiasmo che risalta tra i ragazzi di oggi  semplicemente guardandosi intorno.

Si sentono spesso anziani fare affermazioni del tipo “quando eravamo giovani noi non avevamo tutte queste cose eppure eravamo felici”, o  ancora “bastava poco per divertirci e stare bene”.
Perché allora oggi la situazione appare diversa?
 Mi guardo intorno (ho la (s)fortuna di avere ben 5 scuole allineante sotto casa) e vedo giovani ragazzi/e per la maggior parte ben curati esteticamente, alla moda e con lo smartphone sempre in mano, li vedo fare gruppi in piazza (alcuni festeggiano i compleanni aspettando la mezzanotte sulle panchine); noto a volte ragazze sputare a terra  e avere atteggiamenti posturali da giocatore di baseball, ragazzi che si animano per una partita di calcio giocata male.
 Poi ci sono quelli che “si fanno notare”: per una magrezza che implora aiuto, per le bestemmie che li precedono e li seguono, per  l’atteggiamento provocatorio verso tutto ciò che incontrano ecc.

Cosa differenzia ieri dall'oggi?  Penso al concetto di  valori personali, ne  cerco il significato letterale e leggo:“i valori personali sono le nostre credenze essenziali, i concetti su cui basiamo la nostra vita, il suo scopo e il nostro stesso scopo”.
Una delle cause del malessere con cui molti giovani si confrontano oggi, è il frutto di uno stile di vita sbagliato causato dalla mancanza di valori e punti di riferimento. Questo porta il giovane ad assimilare le informazioni (spesso contraddittorie) in maniera caotica, a non sviluppare una chiara percezione di sé, a non conoscere cosa realmente ama, cosa gli piace, cosa lo rende felice, unico rispetto agli altri. Da qui si sviluppa un malessere interiore e questo diventa il terreno fertile per la manifestazione di disparate patologie  tra cui quelle alimentari di cui tanto si parla negli ultimi anni.  In quest’ottica  i DCA (Disturbi del Comportamento Alimentare)  evidenziano un problema molto profondo; nella fattispecie l’anoressia può essere vista come un rifiuto di sentirsi nutriti dalla società in quanto non si trova niente di interessante in essa.  L’aridità del mondo circostante diventa un’aridità interiore.
Come uscirne?
Imparando a porsi delle domande, a riflettere, a prendere delle decisioni e ancor prima a conoscersi. Sarebbe importante trovare, se ancora non si hanno, dei punti di riferimento scegliendo persone o contesti che accrescano non solo la conoscenza ma anche il proprio bagaglio interiore. Diventa necessario imparare a distanziarsi da alcuni atteggiamenti di massa senza temere le differenze, e stabilire dei valori da applicare alla propria esistenza; non ultimo, è fondamentale tra gli scopi che vengono prefissati nel corso della vita trovarne almeno uno che sia elevato.

lunedì 18 maggio 2015

Sui Lovegiver


Vorrei spendere due parole riguardo una realtà che ormai da qualche anno è entrata a far parte delle “competenze” di alcuni psicologi, terapeuti e operatori della salute: quella del lovegiver ovvero dell’assistente sessuale per persone con disabilità.
Ciò che mi ha colpito di più non è tanto la portata che il fenomeno ha raggiunto in vari paesi (tra cui l’Italia), ma è il fatto che venga presentata come  naturale e necessaria, da una maggioranza, l’esistenza di una simile figura senza porsi minimamente delle domande di ordine etico.

Lovegiver, sexability, sexcounselor sono alcuni dei termini usati nel settore: oggi per diventare lovegiver  basta fare un corso teorico/pratico sulla sessualità e avere le caratteristiche psicofisiche e sessuali sane (?!); scopo del corso è quello di preparare degli operatori (sexcounselor) che aiutino la persona a sviluppare sexability ovvero capacità di provare piacere a prescindere dai limiti dovuti alla disabilità. In buona sostanza si fanno massaggi, si arriva a contatti di corpi e eventuale masturbazione dell’assistito/a se da solo/a non riesce.

Un primo passo importante sarebbe quello di dare il giusto nome alle cose: si fa un corso per vendere sessualità o in altre parole si fa prostituzione professionale (dato che devi frequentare un corso per farlo).
Chi porta avanti questo progetto (perché è come progetto che nasce)  parte dal presupposto che “ il sesso è un diritto per tutti”  e  che per capire quello che vivono i disabili bisognerebbe  “provate a stare senza fare sesso per un anno!”; facendo passare la sessualità come un aspetto imprescindibile dal concetto di salute e benessere. Questo però sembra contravvenire a diversi studi e situazioni  in cui invece l’astinenza,  per alcuni periodi o anche prolunagata, può giovare alla persona più di un’attività sessuale fine a se stessa.
È già perché il concetto di amore non appare, giustamente, in questo tipo di programma: gli operatori che “sostengono emotivamente l’assistito” lo fanno,  presumo,  con il dovuto distacco che è richiesto e necessario in ogni tipo di intervento di aiuto. Il tutto tralasciando che dall’altra parte la persona può sviluppare una forma di amore e attaccamento con il rischio di arrivare a soffrire creandosi addirittura dei veri e propri castelli di sabbia che una volta caduti potrebbero arrecare più danni dell’astinenza in sé!
Personalmente credo che la sessualità abbia un valore simile nel caso di una persona disabile e di una normodotata, con questo intendo dire che quando questa rientra in un contesto ottimale, come conseguenza di una relazione affettiva profonda, allora può ritenersi sana.

Perché invece di creare esperti di sessualità non creiamo, in quanto professionisti del settore psicologico, interventi tesi a sostenere le difficoltà con cui possono confrontarsi alcuni disabili quando si tratta di porsi in relazione intima con qualcuno? Perché non creare interventi che favoriscano e sviluppino la capacità di socializzazione e di scambio comunicativo e che favoriscano la creazione di relazioni?
Mi sembra che sia un po’ come il discorso dello scegliere tra l’insegnare a coltivare la terra, a chi ha bisogno di mangiare; o l’offrire, al suo posto ogni tanto, qualcosa da mangiare.



  

sabato 16 maggio 2015

Spunti di riflessione


La morte è per molti qualcosa di spaventoso, qualcosa di cui aver paura. L'ignoto, la mancanza di controllo associati all'evento portano spesso l'individuo a evitare di pensare, se non quando gli eventi della vita lo costringano,  a questo passaggio importante. Così la vita trascorre e l'attenzione rischia di essere rivolta solo agli aspetti prettamente materiali orientati a soddisfazioni e realizzazioni di base.
 Bisognerebbe imparare a trovarsi del tempo nell'arco  della giornata in cui restare soli con se stessi  a porsi delle domande importanti  tipo "qual'è il senso della vita?", "sono felice?" "che rapporto ho con l’Assoluto?” ecc.;  domande che favoriscano un arricchimento interiore e che siano nutrimento per la propria anima.
Un'altra cosa che sarebbe bene imparare a fare è quella di trovare degli spazi in cui allontanarsi dalle continue sollecitazioni a cui si è sottoposti quotidianamente  e provare a restare in silenzio  imparando ad ascoltarsi e ad assaporare il vissuto che appare.
Tempo fa il mio Maestro Virgil Calin ci chiese:
“Se vi venisse detto che vi restano poche ore di vita cosa fareste?”
Buona riflessione

mercoledì 1 aprile 2015

"OGNI COSA AL SUO POSTO"


Ho potuto notare che capita ad alcuni di farsi delle domande riguardo alcuni modi di fare, posizioni prese e affermazioni che sono comuni a chi appartiene al settore del benessere psicologico della persona. 
Ad esempio alcune frasi del tipo: “non è questo il contesto per affrontare l’argomento”, “ non faccio interpretazioni dei sogni via chat/telefono”, “si sono terapeuta ma non ti sto analizzando mentre stiamo chiacchierando tra amici!” pur facendo magari sorridere chi le legge possono essere per un addetto ai lavori all’ordine del giorno.
Credo che a riguardo sia utile comprendere alcuni aspetti importanti della nostra professione partendo prima di  tutto facendo una distinzione tra i vari tipi di richiesta  che si possono rivolgere a un terapeuta. La consulenza può essere richiesta partendo da disparate necessità e in base a questa il tipo di intervento è diverso e ha durata variabile, abbiamo:
ü  la consulenza psicologica nella quale richiediamo al professionista appunto una consulenza riguardo  a un aspetto problematico con cui ci confrontiamo in un preciso momento o su cui abbiamo dei dubbi e dobbiamo fare maggior chiarezza: ad es. quando si hanno difficoltà nella scelta da prendere in un determinato ambito e così via.
ü  Sostegno psicologico dove la richiesta è quella di avere un appoggio, appunto un sostegno,  nell’affrontare un momento di vita difficile: un lutto, la chiusura di un rapporto, un cambiamento improvviso.
ü  Sostegno alla genitorialità dove la richiesta è specifica e va nella direzione di ricevere competenze specifiche (problem solving) necessarie per affrontare delle difficoltà nel rapporto con i propri figli in base all’età/fasi di quest’ultimi e all’eventuale riattivarsi di aspetti personali del genitore.
ü  Terapia vera e propria dove la richiesta è quella di poter esplorare aspetti più profondi con il desiderio di poter trasformare aspetti della propria struttura di personalità che non sono più funzionali in un dato momento. Lo scopo è quello di ottenere una conoscenza di “come si funziona” e una ristrutturazione con il conseguente cambiamento di comportamenti, modi di porsi ecc.


A prescindere dal tipo di richiesta con cui si parte è fondamentale comprendere, come prima tappa, che si sta facendo una richiesta e in quanto tale è importante che le venga dato il giusto valore.
Questo significa ad esempio fare in modo che non avvenga in un contesto inopportuno, in un modo che possa svalutare l’esperienza o, ancor più importante, in una situazione dove il professionista si possa ritrovare a non poter approfondire adeguatamente l’argomento rischiando quindi di dover dare risposte generiche. Questo è uno dei motivi per cui  nel nostro campo evitiamo di fare “la terapia da salotto” con gli amici. A riguardo ricordo di una docente che scuola di psicoterapia che raccontava di come a una cena con persone nuove amici del marito si fosse ritrovata a  sussurrare che fosse una terapeuta per evitare situazioni che già conosceva dove il risultato era una gran svalutazione del lavoro che facciamo.
Ecco perché è importante anche dare il giusto compenso alla consulenza richiesta a prescindere dal tipo di consulenza e dal tipo di professionista che contattiamo: ogni cosa ha il suo valore e il tempo speso dietro a un colloquio, dietro a un trattamento ecc. a volte è molto di più di quello che appare dall’esterno.

venerdì 16 maggio 2014

Coppia Sana e Coppia Disfunzionale

Una  domanda   che a volte si  pone chi vive in coppia è: la mia relazione è normale?
·         Più che parlare di normalità è indicato formulare la domanda in termini di utilità:
    “la  relazione è utile nel favorire il mio sviluppo personale (psichico, sociale e spirituale)?”
Uno degli obiettivi principali di una relazione  di coppia sana è, infatti, quello favorire il processo evolutivo dei membri che ne fanno parte; questo obiettivo può essere realizzato se entrambi i partner riescono ad adattarsi e favorire lo sviluppo delle esigenze dell’altro.

·         La coppia all'inizio della relazione fa una specie di contratto implicito per stabilire le regole della relazione stessa: il quid pro quo coniugale (Jackson).
L’ espressione sta ad indicare  il fatto che ciascuna parte riceve qualcosa in cambio di qualcosa che da, definendo in questo modo i diritti e i doveri di ognuno. Dalla costruzione dei ruoli e delle regole di relazione dipende la “ riuscita” e la funzionalità della coppia; così ad es. il conformarsi di ciascuno allo stereotipo legato al ruolo sessuale è ritenuto estremamente importante  “non solo per la compatibilità sessuale ma anche per la salute mentale dei due partner e (…) per la buon riuscita della relazione”(Jackson,1977). Questo vuol dire che è molto importante, per una avere una relazione sana, mantenere ad esempio il ruolo di donna con ciò che ne consegue; e impegnarsi, dove è necessario, a richiedere al partner quella funzione di protezione che gli spetta  permettendogli di “dominare”, in maniera rispettosa, i processi decisionali. Uomini deboli, insicuri, sempre accondiscendenti con accanto donne forti e che prendono decisioni non sono indice di equilibrio nella coppia.

·     Poli opposti si attraggono?  Studi hanno dimostrato che le coppie più durature e stabili sono quelle caratterizzate da un’alta somiglianza tra i partner rispetto a valori, intelligenza, interessi e caratteristiche di personalità.
Quando si sceglie un partner con caratteristiche molto diverse, spesso lo si fa solo per l'attrazione fisica o per problematiche non risolte rispetto al mandato familiare. 
Ciò che davvero consolida le coppie, più che l'attrazione fisica, è dunque la similarità complessiva; oltre al fatto che si risparmieranno in questo modo discussioni inutili per incompatibilità caratteriale; discussioni che a lungo andare andranno a incidere sulla salute della coppia stessa. 

In una relazione di coppia sana cresce l’autostima, ci si sente compresi e si vive in uno stato generale di soddisfazione e benessere. 

Una relazione disfunzionale invece anziché stimolare la crescita della coppia fa sentire depressi e insicuri; infatti in questi rapporti le persone non si sentono comprese, ma giudicate e intimorite dalla critica dell’altro e per questo si impegnano di più a cercare di soddisfare le aspettative dell’altro che non a rispondere ai propri bisogni, mettendo in secondo piano il soddisfacimento dei propri bisogni. 
È presente la sensazione di non essere accettati e amati per quello che si è e nelle quali ci si sente messi alla prova, si arriva a vivere la sensazione che snaturare se stessi sia l'unico modo poter essere all'altezza dell’altro. 
Quando si sceglie di mettersi in simili relazioni lo si fa solitamente perché nelle relazioni primarie si è imparato a dover soddisfare l’altro, più che se stesso, per sentirsi amato e accettato. La persona nelle sue relazioni adulte tenderà di conseguenza a corrispondere alle aspettative altrui in modo automatico, senza dare importanza a se stessa 

· Nelle coppie sane sono assenti : 

- L'idea di cambiare l’altro


- La gelosia. Chi è geloso ha bassa autostima. Essere gelosi significa, in primo luogo, avere scarsa fiducia nelle proprie capacità di essere attraente per l’essere amato. La gelosia abbassa l’altro a oggetto togliendogli la dignità e la libertà di scegliere. La gelosia è più acuta quando la relazione amorosa non ha ancora dato prova della propria stabilità in termini di durata, di livelli di intimità raggiunti o attraverso la ratificazione di un legame stabile. In tal caso oltre a lavorare sull’autostima investite produttivamente sulla creazione di una relazione profonda. 

- Le ripicche e i comportamenti infantili. Questi comportamenti tipicamente femminili rischiano di far perdere la stima del partner che crede di avere accanto una donna matura con cui ragionare ad es. nel caso di opinioni differenti. 

- I giochi psicologici tesi a svalutare l’altro, a smascherarlo a farlo apparire nel torto quando si discute. La relazione serve a crescere e per farlo è necessario imparare a comunicare i propri pensieri, i vissuti e le emozioni soprattutto quando ci sono momenti di difficoltà. Questo aiuta il partner a comprendere il vissuto dell’altro (spesso diverso dal proprio!) e evita che si creino incomprensioni e astio che possono andare a influenzare l’andamento futuro della relazione. 

- La simbiosi. Seppure parte fondamentale dell’innamoramento iniziale è necessario superarla per vivere una relazione sana. E’ importante saper calibrare momenti di vicinanza a altri di separazione in cui coltivare interessi e relazioni esclusive. 
E va sottolineato che è importante sentirsi bene nel momento in cui si è senza il partner! 





                 







Una coppia sana lo è perché nel tempo ha imparato ad affrontare le difficoltà e le incomprensioni partendo da una base di rispetto reciproco e di spinta a superare se stessi laddove i limiti personali portano a valutare le situazioni da un prospettiva egoistica piuttosto che di utilità per l’altro. 

Una coppia sana è come un suo spazio “sacro” in cui i due sanno di potersi rifugiare ogniqualvolta ne hanno bisogno, non è un calderone dove riversare i propri stress e le proprie frustrazioni quotidiane ma è un ricettacolo dove distillare il sublime nettare dell’Amore. 









martedì 13 maggio 2014

Amo te, perchè?



Gli esseri umani sono geneticamente destinati ad innamorarsi (non tutte le specie di animali o ominidi conoscono l’ innamoramento) ma non sempre la scelta del partner è quella giusta e soprattutto destinata a durare nel tempo.
Vediamo quali sono i fattori che determinano la SCELTA DEL PARTNER:
  • Ci si innamora “con il naso” grazie ai feromoni, messaggi chimici che la persona che ci fa innamorare emette. Infatti nonostante i feromoni non abbiano odore, essi vengono percepiti con l`organo vomeronasale posto nella parte posteriore del naso il quale trasmette l`informazione direttamente all`ipotalamo, nel nostro cervello, che controlla i nostri istinti sessuali. Lo scopo dei feromoni è di garantire in modo naturale l`attrazione sessuale tra gli individui della stessa specie.
  •  Numerosi elementi fanno ritenere che la scelta venga effettuata con grande rapidità sulla base di “impressioni” legate a una serie di messaggi a livello verbale e, soprattutto, non verbale che le due  parti si scambiano.

Questi messaggi vengono immediatamente riconosciuti come un insieme di elementi di alto contenuto emotivo, nei quali è condensata tutta una serie di immagini di significato pregnante e di grande importanza per le persone interessate. Ne derivano le aspettative che in molti si fanno e le delusioni che ne conseguono.

  • Esiste un background evoluzionistico legato all'istinto di sopravvivenza e riproduzione che differisce tra le donne i gli uomini. Si può cercare un partner per vari motivi es. economici, sociali ecc. ma i motivi principali sono legati ad alcune bisogni fondamentali dell’uomo:

- attaccamento-accudimento bisogno legato alla ricerca della sicurezza. Spesso in queste situazioni il collante principale del legame è la paura della solitudine

- sessuale bisogno legato alla conservazione della specie attraverso la funzione riproduttiva.
Le nostre antenate ragionavano più o meno in questi termini : “per la sopravvivenza dei miei geni ci vuole un uomo affidabile che mi stia vicino, che sia in grado di proteggere me e i miei figli e che abbia le capacità e le risorse necessarie per farlo” di conseguenza inconsapevolmente siamo portate a scegliere uomini con caratteristiche di disponibilità ad accudire e proteggere e con un certo status sociale economico.
Diverse ricerche sono state fatte a riguardo e tra queste rientra quella condotta a Cardiff dai ricercatori Michael Dunn e Robert Searle.
Nel centro della città essi hanno fermato degli ignari passanti, chiedendo loro di valutare il livello di attrazione che provavano verso un soggetto dell’altro sesso, seduto in una macchina Agli uomini veniva mostrata una donna, alle donne un uomo. Erano sempre lo stesso uomo e la stessa donna, con la stessa postura e la stessa espressione facciale, ma ripresi con due “sfondi” differenti: o seduti su una Ford Fiesta, o seduti su una Bentley Continental .
La ricerca pilota ha dimostrato che sia il modello che la modella ricevevano una valutazione estetica media (in una scala da 1 a 10), ma che il modello maschile, nelle foto sulla Bentley riceveva una valutazione significativamente maggiore rispetto alle foto in cui era sull’altra macchina. Niente cambiava invece per le valutazioni maschili sulla modella: sia quando era nella city car sia quando era sulla macchina di lusso, veniva giudicata “attraente” allo stesso modo.
Questo a ragione del fatto che la mente e il corpo maschile sono programmati, a seguito della selezione naturale, a trovare attraenti, nelle donne, in modo del tutto inconsapevole, quelle caratteristiche femminili indicative di bellezza, salute, giovinezza. 
Il nostro antenato di sesso maschile possiamo dire che ragionava più o meno in questi termini è “per la sopravvivenza dei miei geni mi ci vogliono una donna giovane e sana. Giovane in modo tale che abbia la possibilità di procreare per tempi lunghi; sana per generare figli adatti a vivere a lungo per affrontare il mondo”. Inoltre maggiori sono i miei rapporti sessuali, anche con partner diverse, maggiori saranno le possibilità di riproduzione e di sopravvivenza.” A conferma i più recenti studi americani tendono a dimostrare che gli uomini, indipendentemente dall’età e dalla razza, considerano la giovinezza e la bellezza le qualità più importanti nella scelta di una compagna. Viceversa, le donne sognano un compagno ricco.
  • Un’altra ragione molto importante, che influisce sulla scelta del partner è dovuta al fatto che parte della gioia nell’avere l’altra persona così intimamente presente nella propria vita è saldamente collegata al fatto che l’altro conferma la nostra autostima e ci dà il senso del nostro valore. “Se mi ama significa che valgo!”.
  • Jung è andato oltre questi concetti, ed ha suggerito che quello che sembrava “amore a prima vista” fosse semplicemente una proiezione. Le persone, secondo Jung, riconoscono il loro animus maschile o la loro anima femminile, e sono attratti da ciò che riconoscono come la parte inconscia e nascosta di sé stessi. Per Jung, era importante capire questo aspetto della propria psiche, in modo da imparare a interagire con la propria anima (o animus) in modo da scegliere il/la partner con maggiore saggezza, per formare un rapporto di coppia adulto.
  • Andando ancora più in profondità possiamo dire che la scelta del partner è una mescolanza tra MITO familiare, MANDATO e ricerca di soddisfacimento ai BISOGNI PERSONALI .                       
Il mito familiare può essere definito come una griglia di lettura della realtà, in parte ereditata dalle generazioni passate, in parte creata nella generazione attuale, che assegna a ciascun membro della famiglia un ruolo e un destino specifici. E' un concetto usato per descrivere le credenze che la famiglia ha di sé, che si compone di immagini e leggende che contribuiscono a creare il senso di identità della famiglia stessa. I miti, benché falsi e illusori, sono accettati da tutti, anzi hanno qualcosa di sacro e tabù che nessuno oserebbe sfidare. Infatti per ogni famiglia i propri miti rappresentano la verità.

Il mandato rappresenta il compito, più o meno esplicito, assegnato a ciascun membro della famiglia, riguardo a una serie di ruoli da ricoprire e di scelte da fare, derivante dal mito e dalla storia della famiglia.
Quando il mito familiare prevale sui bisogni individuali, la spinta a realizzarlo è tale da sostenere la convinzione che esso esprima il tipo di legame più idoneo a soddisfare le esigenze personali.  Viene prestata più attenzione alle caratteristiche esteriori, al ruolo, alla posizione sociale, ai comportamenti del potenziale partner  corrispondenti alle aspettative presenti nel mandato familiare, sia esplicite che implicite (viene messa in atto un’ “attenzione/disattenzione selettiva” per gli elementi del carattere e del rapporto che possono contrastare con il mandato familiare). Le qualità affettive vengono ritenute conseguenti a queste caratteristiche.
Nel caso di una ribellione al mito, si tende a scegliere un legame con caratteristiche opposte al mandato familiare che per quanto dovrebbe avere una funzione liberatoria rispetto a una serie di vincoli affettivi/relazionali lascia comunque insoddisfatte le aspettative sul piano affettivo.
Da qui si capisce come la scelta del partner deriva molto da come sono stati affrontati i conflitti nella famiglia d’origine: meno ci sono conflitti irrisolti, più la scelta è libera cioè sono meno pressanti le esigenze del mandato.
Invece ogni problema relazionale esistente nella famiglia diventa per ciascun membro il “proprio problema” cioè diventa il termine di confronto per le relazioni successive.
Weiss e Simpson hanno elaborato, a riguardo, la teoria della coazione a ripetere in chiave evolutiva: l’individuo tende a ripetere determinati comportamenti nelle relazioni con il mondo esterno per trovare una via d’uscita alle difficoltà incontrate. In pratica ogni individuo prende come modello i genitori, sia per quanto riguarda la costruzione della propria identità nel ruolo sessuale  che per quanto riguarda uno schema di rapporto con il partner; e se la relazione con essi è difficoltosa, egli tenderà a ripeterla con tutti i futuri partner cercando di risolverla attraverso essi.
  •   Un altro fattore che può determinare la scelta del partner è il riconoscimento di una condizione di esperienza negativa condivisa “Anche lui/lei è passato/a attraverso lo stesso tipo di difficoltà e mi può capire”. Questo attenua,  infatti, la paura di essere giudicati male o rifiutati dall'altro.
  • Esiste nelle donne, a livello inconsapevole, una tendenza a sovrastimare l'attrazione per gli uomini che hanno già un rapporto stabile con un'altra donna. Il fenomeno si può spiegare con il meccanismo delle euristiche. Le euristiche sono delle forme di ragionamento veloci, una sorta di scorciatoie dal punto di vista cognitivo. In questo caso le donne mettono in atto una specie di inferenza indiretta circa le caratteristiche positive dell'uomo. Il ragionamento inconsapevole ed euristico potrebbe essere: “se questo uomo ha un rapporto stabile con un' altra donna, vuol dire che è adatto e ha aspetti positivi” In teoria, in termini di una relazione a lungo termine, sarebbe l'uomo single quello più appetibile, ma le sue caratteristiche andrebbero comunque accertate, cosa che potrebbe essere costosa in termini di tempo, forse meglio affidarsi a chi ha già superato il test!

domenica 13 aprile 2014

Ri-Conoscersi come genitori: “Scenari Inconsci nella relazione genitore-bambino”

Buona parte dei genitori sa che il modo in cui comunica con i propri figli e la capacità che ha di prestare attenzione alle loro esigenze ha un profondo impatto sul loro sviluppo e sul senso di sicurezza indispensabile per affrontare successivamente il mondo.
Non tutti i genitori però sanno che il significato che danno alle proprie esperienze infantili ha un profondo impatto sul loro modo di essere genitori. Nelle relazioni con i figli si tende infatti a mettere  in riedizione quei conflitti che hanno caratterizzato in età infantile il rapporto con i propri genitori.

Questi conflitti, definiti di genitorialità, sono  meccanismi fisiologici funzionali al divenire genitori e danno luogo a due meccanismi: attribuzione di ruolo (role giving) e identificazione complementare (role taking). Attraverso questi meccanismi, infatti, il  genitore cerca di allontanare da sé, mentre è con il proprio figlio, quei  conflitti affettivi irrisolti, ovvero, cerca di allontanare la parte inconscia e non rielaborata della sua infanzia (Berne,1971; Nastasi,1996).  Non sono da considerarsi conflitti patologici ma vanno considerati come fattori strutturanti che caratterizzano l’interazione genitore-figlio e vengono visti come aventi il ruolo di azione propulsiva per lo sviluppo del bambino (Muratori et al., 2008).

Nel meccanismo del role giving ciascun genitore proietta sul proprio figlio immagini significative del passato riferite o ad aspetti di sé in quanto bambino, o ad aspetti dei propri genitori. Un esempio, che fa intendere la presenza di questo meccanismo, è contenuto nella frase: “Assomiglia tutto a me, quando  anch'io facevo come lui” o “è simpatico come mio papà”. Nel role taking, invece si assumono, più o meno consapevolmente, attitudini comportamentali e di ruolo sperimentate, o solo fantasticate, nella relazione infantile con i propri genitori. Ne è un esempio il genitore che dice “Mi viene voglia di picchiarlo” (genitore che è stato picchiato). Questi fenomeni inconsci si verificano all'interno di una dinamica relazionale agita, ovvero secondo una modalità interattiva peculiare di  quella famiglia e tali conflitti di genitorialità cambiano nel corso della crescita del figlio in funzione dell’età e delle specifiche dinamiche che hanno legato il genitore, quando aveva l’età del bambino, ai propri genitori.
I due meccanismi su menzionati possono essere collocati nell’ambito di scenari inconsci nei quali i genitori si possono venire a trovare con il loro figlio. Quando si parla di scenario ci si riferisce al concetto di amore di sé o meglio ancora ideale di sé (ideale dell’Io) secondo cui ognuno vorrebbe sentirsi degno di amore e fiero delle proprie azioni. Tale ideale però nella storia evolutiva dell’individuo può subire dei danneggiamenti delle carenze ecc.
Nel momento in cui si diventa genitori si riapre il file legato a questo ideale e succede che il genitore colloca inconsciamente sul bambino il proprio ideale dell’Io attribuendogli perfezioni, rivendicando privilegi ecc. Può così succedere che il genitore si impegni inconsciamente con il proprio figlio a mantenere gli schemi interattivi,  le immagini e le fantasie che sono state approvate nell’infanzia o desiderate dal genitore quando era bambino. Oppure il figlio diventa lo strumento per cercare di aggiustare, cambiare situazioni di dolore, carenza vissute dal genitore da piccolo.

In ogni scenario il genitore realizza delle proiezioni sul bambino che prendono il nome di role giving e che sono delle attribuzioni di ruolo che vengono fatte sul bambino. Sono stati individuati quattro possibili role giving i quali non vanno però associati a categorie diagnostiche:
1.      Role giving empatico:  si ha quando i genitore proiettano sul figlio  immagini relative ai propri genitori  o ad aspetti di se stessi bambini che sono carichi di affetto positivi.
Sono genitori che godono della presenza del figlio e ne amano le caratteristiche. In questo caso le proiezioni servono a ristabilire i legami con persone significative del proprio passato o a rielaborare lutti sospesi. In questo role giving il bambino può identificarsi con tratti amorevoli e sarà presente uno stile di Attaccamento Sicuro.
2.      Role giving Empatico-Costrittivo: questo scenario si può realizzare quando le proiezioni che i genitori fanno sul bambino riguardano le immagini dei genitori che si avrebbe voluto avere vicino nella propria infanzia, o le immagini di sé come di un bambino amato, che non corrispondono però a quanto è stato sperimentato.
Il genitore, che lotta in questo caso con gli affetti negativi connessi ad esperienze infantili vissute come carenti di qualcosa rispetto ai bisogni fondamentali di sé come bambino, nella relazione attuale ha spesso sensi di colpa rispetto al non fare abbastanza, pretende da se stesso in modo esagerato nascondendo sentimenti depressivi latenti. Il tentativo di incarnare il genitore ideale che si avrebbe voluto avere nella propria infanzia rende questi genitori esausti e con tratti ossessivi. Altra caratteristica di questi genitori è quella di dimenticarsi, ad esempio, di essere anche coniugi.
Il bambino in questo scenario sarà bloccato nella propria autonomia, avrà un eccesso di dipendenza e svilupperà sintomi fobici e somatici che “permetteranno” al genitore di sentirsi il figlio vicino e quindi di rassicurarsi. Sarà presente uno stile di Attaccamento Ansioso-Ambivalente.

3.      Role giving Costrittivo-Deformante (1)
Role giving Costrittivo-Deformante(2): questo scenario riguarda i genitori che, per ragioni diverse, nella propria infanzia sono stati visti e trattati come bambini difficili, cattivi, come pesi per i propri genitori (Tipo 2); o riguarda genitori che si sono percepiti come bambini difficili, e che si sono sentiti in colpa per un’aggressività normale provata nei confronti dei propri genitori (Tipo1). Spesso in queste infanzie sono presenti lutti precoci, malattie gravi o depressioni dove, non essendo presente un’ adeguata rielaborazione hanno portato il bambino a sentirsi responsabile e colpevole.
A causa della colpa che si portano dentro questi genitori  possono assumere un atteggiamento espiatorio di vittimismo e rassegnazione a ricevere maltrattamenti; fanno fatica ad essere autorevoli ma dicono le cose in modo arrabbiato o non fermo alternativamente. Lo “scopo”  di questo role giving da una parte è quella di farsi trattare male dal proprio figlio per espiare una colpa antica, dall’altra è farsi trattare dal bambino nel modo in cui si avrebbe desiderato trattare i propri genitori.
Il bambino se accetta la proiezione può sviluppare sintomi oppositivi provocatori con tratti difficili e aggressivi, non ascolta le regole e non è rispettoso dell’adulto.
Sarà presente uno stile di Attaccamento Ansioso-Ambivalente ed Evitante.
4.      Role giving Deformante-Evacuante: in questo scenario il genitore più che proiettare è come se collocasse sul bambino un’immagine che lo deforma. I genitori “evacuano” sul bambino immagini del passato dei genitori molto cariche di aggressività e odio.
Questi genitori hanno fatto esperienza nella propria infanzia di sentirsi umiliati, sbagliati, perseguitati. Tale esperienza viene rivolta al figlio con un atteggiamento di rifiuto;  è presente inoltre un’idealizzazione della propria infanzia per evitare il dolore e l’angoscia associati e l’identificazione con un’immagine di genitore freddo e distaccato.
Il bambino in questo tipo di scenario si ritrova bloccato nello sviluppo dell’autonomia perché su di lui sono presenti immagini cariche di aggressività e tutti i comportamenti che non sono in linea con l’immagine “evacuata” non vengono considerati dai genitori e perciò il bambino si ritrova ad essere “obbligato” a svolgere un ruolo che gli è stato attribuito.
Sarà presente uno stile di Attaccamento Confuso o Disorganizzato.
Da qui si deduce come sia importante in qualità di genitori realizzare un lutto evolutivo per essere emotivamente sensibili e “realmente” presenti nell’interazione con i propri figli e per permettere loro di crescere in maniera più integrata possibile.


Bibliografia
Guarise Monica (2012) “Come si girano i girasoli”. Come aiutare un genitore a vedere il proprio figlio in consultazione psicoterapica. Psicologia Psicoterapia e Salute, 2012, Vol.18 233-290.